Ormai sono tanti anni che Madonna insegue furbamente le mode per tenersi stretta la fastidiosa etichetta “regina del pop”. A volte l’ha fatto nel modo giusto (ottimo in “Ray Of Light”, buono in “Confessions on a Dance Floor”) altre volte invece è andata completamente fuori giri (”American Life” e soprattutto “Hard Candy”). Dopo quattro anni all’insegna prima del trash-electropop (Lady Gaga, Katy Perry) e poi della rinascita della melodia (Adele, Lana) quale moda seguire? Troppo difficile scegliere, meglio allora buttarsi a capofitto nella realizzazione di un disco che ha lo scopo principale di “piacere ai fan”, mettendoci dentro un po’ tutto quello che Madonna rappresenta. Per fare ciò ha chiamato a rapporto alcuni produttori in grado di coprire lo spettro di sonorità che il suo pubblico attendeva. Così si nota chiaramente il dislivello qualitativo tra i pezzi firmati William Orbit (nessuno veramente interessante, ma comunque dignitosi) e gli stupidi motivetti dance, a volte semplicemente ridicoli in relazione ai dati anagrafici, usciti dalle mani di Benny Benassi Martin e Martin Solveig.